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Che strano uomo ho io
con gli occhi dolci quanto basta
per farmi dire sempre
sono ancora tua
e mi manca il terreno
quando si addormenta sul mio seno
e lo scaldo al fuoco umano della gelosia
E ripenso ai primi tempi
quando ero innocente
a quando avevo nei capelli
la luce rossa dei coralli
e lo obbligo a dirmi sempre
Sei bellissima
sei bellissima
accecato d'amore mi sta a guardare
Sei bellissima
sei bellissima
Piccole licenze poetiche per parlare del presente...
'Nella vita non esiste il pareggio' potrebbe essere la frase simbolo del film, ma un'altra mi ha colpito di più ed è quella detta dal Presidente della squadra al giocatore ormai finito che si ostina a voler fare l'allenatore; in un attimo di sincerità, mentre l'ex calciatore protesta per l'ostilità del Presidente che non vuole farlo entrare nella squadra, questo gli dice: 'La vuoi sapere una cosa? Penso che il calcio è un gioco, mentre tu fondamentalmente sei un uomo triste'. Frase che è come una pietra tombale, che chiude la vita, un sogno.
Questa in breve la trama: Napoli anni '80, due stelle all'apice del loro successo, Antonio Pisapia cantante di musica leggera e un suo omonimo, calciatore di serie A.
I due non potrebbero essere più diversi, Tony il cantante è uno sbruffone, estroverso, cinico, drogato; l'altro è umile, introverso, ossessivo quasi maniacale, nel suo progetto di diventare un allenatore. Declinano insieme, ma si incontreranno una sola volta, e le loro vite si intrecceranno in un finale tragico (almeno per uno dei due).
Primo film di Sorrentino, che quest'anno ha vinto con il suo nuovo film 'Le conseguenze dell'amore', tutti i David di Donatello possibili, giustamente. Paolo Sorrentino è uno sceneggiatore, prima di essere un regista e la costruzione delle sue storie lo dimostra. L'ambientazione di queste storie tra interni kitsch, e esterni di una Napoli insolita e inusuale, ci fanno vivere in un ambiente straniato che ci porta sempre a chiederci quale sia il mistero che si nasconde nella storia, che in realtà è inesistente.
Tony Servillo, anche in questo ruolo è magistrale, ha vinto il premio come miglior attore protagonista quest'anno, ma avrebbe già potuto vincerlo in questo film, tutto il cast è all'altezza di questo film che sfiora un'ambientazione mafiosa, ma nello stesso tempo amorosa. Non l'amore per le donne che è trattato anzi, con superficialità tipica dell'ambiente del calcio e della musica leggera, ma forse l'amore per la vita, distruttivo, ma anche gioioso.
Andatelo a vedere, o prendete la cassetta che già dovrebbe essere in giro, non vi pentirete.
Ci mise tutta la cura possibile a preparare quella valigia, lo spazzolino, il pigiama di seta, le poche cose che le servivano per vestirsi, pettine, profumo… era confusa, non sapeva che stava facendo ma lo faceva con cura. Arrivò in un ambiente lindo, con le suore che l’aspettavano sorridenti. L’avevano accompagnata il papà, la mamma e la cognata… il fratello no, aveva pianto durante l’intero pranzo prima della sua partenza, e non se la sentiva di vederla chiusa lì dentro. Lei non sapeva bene cosa stava succedendo, sapeva solo di essere a disagio, non ‘normale’, che qualcuno doveva aiutarla, e così avevano deciso di allontanarla da casa, per un po’… L’arrivo fu normale un posto con il giardinetto, il silenzio, poi dopo qualche formalità, all’improvviso un breve saluto e non c’era più nessuna faccia a lei cara, solo quella della suora, che le aveva chiuso la porta alle spalle… chiusa a chiave. Allora si rese conto, quello era un viaggio senza ritorno, non poteva uscire di là, era in trappola. La sua prima reazione fu quella di fuggire, di tornare a quello che l’aveva fatta star male, la sua famiglia, la vita sempre uguale, senza un affetto, senza sesso… ma non poteva. La suora viscida e rassicurante, la calmò in qualche modo, e le mostrò la stanza, una stanza al primo piano, la porta doveva rimanere aperta… non si poteva mai sapere. Cominciarono a farle fare cose strane tipo individuare strani disegni, dire cosa ci vedeva, fare dei test, e poi decisero la terapia. Le altre erano strane, lei non si sentiva come loro, si sentiva ‘normale’, ma non lo era, aveva pianto tanto o poco? Non lo ricordava… ogni tanto pensava: se piango di più mi lavo l’anima e tutti questi brutti pensieri vanno via, ma non riusciva a piangere. Solo quando pensava di non sopportare più le persone che amava allora non resisteva e le venivano delle crisi di pianto. La fecero parlare con questo e quello e il risultato fu che tutti erano convinti che i suoi problemi nascessero da assenza di fidanzato (che poi era vero! Quanto importante era il sesso per lei?), niente di grave una depressione reattiva. Sballottata tra un colloquio e l’altro lei cercava di mantenere la sua dignità, era lì per caso, in una momentanea difficoltà, ma quando le chiesero di spogliarsi, lei indossò il suo pigiama di seta da uomo, come se fosse al Gran Hotel, e passeggiava nei corridoi con nochalance. Solo la cena, la riportò alla cruda realtà, quella sorta di refettorio, dove il cibo era schifoso, e le terapie passavano insieme alla pasta… no, non poteva trattarsi di un Gran Hotel, era una clinica. Al suo tavolo c’erano persone orribili, brutte, gonfie, che raccontavano cose strane, e lei pensava: che ci sto a fare qui? Ma poi se lo ricordava quella confusione nella testa, quei malesseri, qualcuno mormorava che lì dentro si facesse ancora l’elettrochock. La sua vicina non voleva andare in bagno, diceva che c’erano degli omini dentro di lei che le mangiavano tutto quello che mandava giù. Cercò di non sentirla e di individuare le persone che le sembravano più ‘normali’. Trovò due insegnanti di inglese in pensione, che in quanto a ‘normalità’ chissà, ma ci si poteva parlare, la prima viveva vicino casa sua, l’avevano portata lì perché parlava con dei personaggi immaginari: maschere che le facevano compagnia, nella sua sconfinata solitudine. L’altra era depressa ma non si sa per che cosa, forse anche lei senza più uno scopo, finito di insegnare, un’anca malandata. La sera alle otto le infermiere passavano con la terapia, per farle dormire, e il loro primo gesto di ribellione fu quello di non prendere la pillola se non alle undici, per non svegliarsi troppo presto. L’ala del loro IO più segreto cercava di prendere il sopravvento e di affermare: ci sono ancora!! Una delle due sapeva giocare a Pinnacolo e insegnò alle altre, e sembrava quasi tutto normale, quella triste saletta del dopo cena si trasformò come fosse veramente in una pensione dove tre signore si trovano in vacanze a passare il tempo giocando a carte. Ma non erano vacanze, ogni tanto qualcuna diceva una frase che le si stampava in testa e nel cuore per sempre: una volta entrate qua dentro, ci si ritorna (e quante volte in quei dieci anni ci aveva pensato? Ci si ritorna, ci si ritorna… MA IO NO!).Il suo medico veniva a trovarla lo sentiva al telefono, e la rassicurava, i pomeriggi passavano andando a prendere un caffè o il gelato insieme ai suoi che venivano a trovarla. Di che parlavano quando venivano a trovarla e la portavano al bar? Non se lo ricordava, ricordava solo il padre confuso anche lui, scoraggiato da quella figlia, che non era come la pensava lui: forte, decisa, piena di iniziative. Solo la mamma e la cognata sembravano starle vicino, il fratello pure la guardava come fosse un marziano e da quel momento il loro rapporto non fu più lo stesso.
setteparole in CIAO A TUTTI QUELLI ...
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